Szilvia Bolla: Psycho-nepo-baby

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Szilvia Bolla: Psycho-nepo-babyUna muta protesta

Il mio corpo mi ha attirata verso la viscerale convinzione che l’altro mondo fosse il tempo e il luogo in cui stare, e così gli ho dato ascolto. Non che mi abbia lasciato scelta. La mia esistenza è diventata un tutt’uno con il tentare di morire e il fallire continuando a vivere. La mia esistenza è diventata un tutt’uno con questo fallimento che sono stata fin dal primo istante. Sono tutto ciò che è poroso e secco; assorbo qualsiasi cosa e non rilascio nulla. Ho imparato a vivere nella mia testa, e sono bravissima a farlo. Spunto tutte le caselle. So sempre cosa dire e quando dirlo; so persino quando è meglio tacere. Sono una brava ragazza riprodotta. Se avessi accesso alle mie emozioni, sarei grata per quel poco di sicurezza che ho in mezzo al potenziale sfruttamento. Il lavoro manuale al salario minimo è un incantesimo che pronuncio senza sforzo.

Mi calo in qualsiasi non-ruolo mascherato da ruolo, anestetizzandomi di fronte alla mancanza di futuro
insita nel suo disegno privatizzato.

Il mio nome è dimenticabile e so stare al mio posto: nel seminterrato, dalle 8:00 alle 17:00, temporanea, flessibile. Mi adatto alla perfezione. Non disturbo il patriarcato capitalista. Mi comporto così bene che quando il mio corpo mi sussurra di morire, provo a obbedire senza far domande, perché so di essere soltanto momentanea, perché sono sempre stata destinata a essere sostituibile — inoccupabile — indebitata.

Sono diventata la paziente perfetta, una “protesta muta”. Qualunque cosa sia ciò che oggi, all’interno del complesso medico-industriale, chiamiamo malattia mentale, era presente nel latte materno a basso tasso serotoninergico che mi ha nutrita. Sono un sintomo. Le mie cellule sono un evento ricorrente di chi è venutə prima di me. Sono nata e cresciuta e morirò come parte del sistema da cui non riesco a fuggire: una psycho-nepo-baby.

La psycho-nepo-baby è una ragazza privilegiata, cronicamente in preda alla vergogna, ottimizzata biochimicamente. Ha un certo accesso all’informazione, alla dignità e al sostegno all’interno di un sistema sanitario plasmato dal patriarcato e dall’inferno burocratico, depredato dal capitalismo politico. È la figlia di figlie depresse. La ragazza quasi morta. Deglutisce, ha obbedienti conati di vomito e fantastica sul disagio gastrointestinale. Sa interpretare i risultati dei tuoi esami del sangue e riconoscere gli schemi nei tuoi sintomi psicosomatici e negli effetti collaterali dei tuoi farmaci. Ha flashback di corpi privi di sensi — quando cerca l’interruttore in una stanza buia o sta sopra i binari aspettando un treno. Conosce le scorciatoie dell’ospedale e i numeri da chiamare. Fa arte sulla depressione. Parla di fotografia e scultura con la sua psichiatra. Partecipa a tour privati dell’ultima tecnologia di risonanza magnetica a New York grazie allɜ suɜ collezionistɜ d’arte neuro-oncolog3. Scrive saggi come questo. Considera il femminismo materialista e i memoir post-Prozac il nucleo della propria genealogia intellettuale. “La maggior parte delle ragazze non vuole diventare come le proprie madri“, ma lei sì, anche solo per rifiutare la propria insignificanza. Cerca di riappropriarsi dell’agency, non della propria, che ha sempre represso, ma di quella di sua madre, delle sue nonne e bisnonne, delle sue amiche morte e quasi morte. Quella che il femminismo materialista definisce empatia organica è il suo debito: il rifiuto di vivere nella propria testa, nel proprio cervello isolato, autosufficiente e autocratico, perché non esiste un cervello senza altri organi e agenti extra-corporei. I neurotrasmettitori e gli ormoni implicati nelle emozioni circolano in tutto il corpo, concentrandosi nell’intestino. Leggere dell’asse cervello-intestino sposta la sua attenzione verso il sistema nervoso periferico che tesse insieme i suoi organi, smantellando tutte le interpretazioni riduzioniste e patologizzanti imposte alla sua ideazione nevrotica. Senza seguire la logica di questa rete decentralizzata, non sentirebbe che il suo rifiuto è la sua “capacità organica di connettersi“; è il suo corpo, lei stessa, il suo corpo è lei stessa. Senza inghiottire la stessa sostanza che sua madre e la madre di sua madre hanno inghiottito, non saprebbe che quella sostanza attraversa tutte le sue cellule, il suo essere integrato, diventando un luogo del politico.

Estratto da “She Was a Girl for a Hundred Years”, Szilvia Bolla, in progress.

Szilvia Bolla, “Preliminary Materials For a Neurogenesis of the Young-Girl”, vista dell’installazione alla mostra Lower Cavity 2025; foto di Anthony Discenza.
Foto in studio di Szilvia Bolla.
Foto in studio di Szilvia Bolla.
Foto in studio di Szilvia Bolla.
Foto in studio di Szilvia Bolla.
Foto in studio di Szilvia Bolla.
Foto in studio di Szilvia Bolla.
Szilvia Bolla, vista dell’installazione “Angel Gown” al Tent Rotterdam 2026; foto di Áron Lődi.

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