Pensare con la LagunaPratiche di ascolto
Il mondo “conserva” la memoria di tutte le tracce; o, meglio, il mondo è la sua memoria (un viluppo di materializzazione)
Performatività della natura, Karen Barad
Un pomeriggio di marzo 2023, per una lezione di voga longa nella laguna sud di Giudecca, mi sono imbarcata per la prima volta su una caorlina; una barca tradizionale veneziana, si suppone originaria di Caorle, che veniva utilizzata per trasportare merci e materiali, nota per la sua capacità di carico e velocità. In questa dimensione mi è sembrato di vedere Venezia con occhi diversi: parte di un tutto, nella sua connessione profonda con l’acqua. Ho realizzato che Venezia non era soltanto quel paesaggio architettonico incredibile nel quale passeggiavo ogni giorno, ma era tutta la sua laguna. Mi ha fatto riflettere sul privilegio che avevo ad abitare proprio qui, in questo paesaggio a stretto contatto con l’acqua, ma di come queste acque soffrivano la mia presenza e su quali potrebbero essere dei modi diversi di co-abitare. Questa esperienza mi ha spinta a interrogarmi più a fondo sulle acque che quotidianamente attraversavo e ad avvicinarmi a un insieme di studi che offrono nuovi modi per comprendere la relazione tra corpi, ambienti e pratiche artistiche.
Durante gli anni di ricerca all’Università Iuav mi sono spesso interrogata riguardo alle acque, entrando sempre più in contatto con i recenti studi che analizzano il paesaggio da una prospettiva idrologica come le teorie sviluppate nell’ambito delle Blue Humanities o la corrente filosofica chiamata Idrofemminismo elaborata da Astrida Neimanis. Le Blue Humanities propongono un ripensamento del rapporto tra esseri umani e ambienti acquatici, dando centralità agli oceani, ai mari, ai fiumi e alle lagune come luoghi di produzione culturale, storica e politica. L’idrofemminismo, invece, invita a riconoscere la nostra interdipendenza materiale e affettiva con l’acqua, concependo il corpo umano come parte di un continuum acquatico con il mondo che ci circonda. Questi ambiti spostano lo sguardo sulla liquidità, quindi su una percezione fluida delle relazioni intra e interspecie. La mia ricerca nasce dal desiderio di comprendere come l’acqua possa diventare soggetto epistemico e compagna di pensiero e pratica nelle relazioni tra arte, ecologia e territorio, a partire da un’esperienza vissuta nella laguna di Venezia. L’intenzione è quella di muoversi lentamente, in ascolto delle onde per tentare di sintonizzarsi ai loro movimenti e ai drastici cambiamenti che negli ultimi anni stanno radicalmente trasformando la laguna a causa del moto ondoso, dell’inquinamento e di strutture ingegneristiche invasive che hanno stravolto il microcosmo lagunare.
Da chi è abitata Venezia? Quale rapporto si instaura con le acque di questa città? Quali possibili scenari si possono aprire in questo paesaggio anfibio? Venezia è spesso vista come una città invasa dal turismo, senza più speranze, una città romantica o dall’altro lato decadente. Serve scardinare la narrazione dominante della città per aprire a sguardi diversi che considerano il più-che-umano.Seguendo le correnti della laguna, le fasi lunari e l’alternarsi delle maree ci troviamo immerse in uno spazio sempre più vasto: Venezia, infatti, può essere pensata soltanto all’interno della sua laguna, con la quale intreccia innumerevoli rapporti interspecie. È un paesaggio mutante e in relazione. Entrando in contatto con le sue acque ci si accorge di quanto queste abbiano contribuito alle dinamiche sociali e politiche della città. Il paesaggio lagunare è stato profondamente antropizzato – basti pensare al deviamento dei fiumi che ha permesso alla laguna di non trasformarsi in una distesa di terra o in mare aperto. Come hanno scritto Serenella Iovino e Stefano Beggiora,
la città d’acqua diventa un caso studio così affascinante probabilmente per il fatto che si inserisce in una doppia dimensione, “è iscritta in una natura che ha alterato e da cui dipende totalmente”, che oggi sfugge sempre più al controllo umano.
I recenti interventi sono sempre più invasivi, solcando i mari e lasciando cicatrici aperte nelle sue acque. Vediamo come alcuni interventi, quali il MOSE, hanno destabilizzato il naturale funzionamento dell’ecosistema lagunare, lasciando scomparire diverse specie e trasformando il suo paesaggio ricco e variegato, fatto di zone barenali, paludi e aree salmastre che permettevano il naturale rallentamento delle maree.
Queste ricerche portano inevitabilmente alla crescente consapevolezza di un’urgenza climatica per la quale è necessario agire. E la laguna offre diverse occasioni di confronto riguardo a queste tematiche, prendendo in considerazione la laguna nel suo insieme: una fitta rete di persone che collaborano per continuare a divulgare un messaggio. Un costante motto collettivo di chi vuole riappropriarsi degli spazi di una città che sembra stata assaltata dal commercio, reclama i propri diritti. Questo scenario si posiziona all’interno dei recenti studi che indagano gli spazi acquatici come densamente relazionali. In particolare, le isole della laguna sono viste qui non tanto come spazi solitari ma parte di ciò che viene definito un aquapelago. Termine coniato dallo studioso specializzato in Island Studies Philip Hayward, aquapelago si riferisce ad un insieme di isole che partecipano a uno scambio culturale e sociale in cui l’acqua gioca un ruolo importante e ridimensiona aspetti affettivi collegando le persone agli spazi acquatici abitati. Questi appezzamenti di terra vengono qui considerati nei legami che instaurano con le acque, luoghi di connessione all’interno di una mappa socio-geografica le cui caratteristiche influenzano la vita di tutti i giorni. In questo habitat non ha più senso distinguere dunque la vita sulla terra da quella acquatica, in quanto entrambe si influenzano a vicenda e fanno parte di un insieme più ampio.
Questo porta ad ampliare l’orizzonte di pensiero verso quello che viene chiamato “a world of islands”: un pianeta fatto non più di isole in un vasto oceano, ma un vasto oceano che collega queste isole tra loro.
Le isole, in quanto microcosmi del mondo, ci aiutano a capire le vulnerabilità e le problematiche che dobbiamo affrontare tempestivamente. Venezia può essere vista come un caleidoscopio planetario, il cui funzionamento e difficoltà possono darci una chiave di lettura sul mondo: il suo mescolarsi unico di terra e acqua crea infatti un ambiente che rispecchia dinamiche che caratterizzano l’antropocene. Venezia è sempre più minacciata dalle stesse acque che un tempo l’hanno protetta, come dimostra la recente Acqua Granda – del 12 novembre 2019 – che ha messo la città di fronte all’impossibilità di agire, creando un trauma collettivo difficile da superare. Questi eventi alluvionali straordinari, causati dalla concomitanza tra l’innalzamento del livello del mare e il cedimento del terreno per effetto della subsidenza, si verificano oggi con una frequenza crescente e spaventosa. Come ci fa notare la studiosa e ricercatrice in antropologia ambientale Giulia Repetti, basta osservare i gradini che si affacciano sulla laguna come dei veri e propri indicatori di questo fenomeno. Ci avverte: se “solo riconoscessimo la loro presenza, e imparassimo a leggerli con precisione, inizieremmo a notare le storie del passato e del presente che queste sussurrano, emergendo come precursori di cambiamenti indisputabili”.
Dall’altro lato Venezia è spazio di incontro, la sua fluidità porta all’apertura e alla conoscenza, a una dimensione relazionale difficile da trovare altrove. È una città dove si è costretti a camminare, quindi ad osservare il paesaggio, lentamente. Percorrendo le sue strade ci predisponiamo alla conoscenza dell’altro: è una città che porta con sé molta socialità. Uscendo di casa non sai mai dove le sue strade e le sue acque ti trasporteranno, e ogni volta scopri un nuovo spazio, nuovi microcosmi che ti vengono incontro. Nel tempo ho capito che questa forte dimensione sociale e relazionale era anche influenzata dalla presenza dell’acqua, questa risacca che ti riporta nella città e che ti apre a nuove scoperte. Così, lentamente, ci si accorge di essere parte di un denso reticolato di correnti che mi fa pensare alla trama che caratterizza le barene, i veri polmoni della laguna. Sono isole verdi situate in laguna aperta, popolate da un’immensa varietà di erbe, che permettono di rallentare le correnti entranti. La loro trama è caratterizzata da un fitto reticolo di canali che favoriscono la circolazione dei flussi d’acqua. Cercando forse di imitare queste incredibili creazioni della natura, alcuni abitanti si organizzano collettivamente per tentare di salvaguardare un ecosistema in pericolo. Sono moltissime le organizzazioni che si sono formalizzate in laguna con l’intento di conoscere questo paesaggio più da vicino: istituzioni, associazioni indipendenti, realtà posizionate e festival che collaborano anche tra loro nel trasmettere saperi situati dalla scienza, alla pesca, alle biologie marine coinvolgendo gli abitanti della città.
Risulta quindi essenziale rendere visibile questa densa rete di collaborazione che, proprio attraverso i nuovi linguaggi dell’arte, esplora metodologie di apprendimento a stretto contatto con la laguna. Workshops, performance, incontri conviviali, immersioni sonore, realtà che attraverso il contatto diretto con il paesaggio permettono alle persone di inserirsi nella conoscenza corporea di questo microcosmo: un sottobosco culturale che si attiva per reclamare nuove forme di convivialità. L’arte in questo diventa strumento amplificatore in quanto può essere accessibile a persone di diverse provenienze, background o età, e diventa un sistema che può connettere tra loro discipline che altrimenti non si incontrerebbero mai. Qui l’arte collabora con attivisti/e, pescatori/rici, persone che vanno per mare, scienziati/e, biologi/he e abitanti che assieme si mobilitano nel proporre programmi educativi che ripensano le nostre modalità di vivere in contatto con la laguna. L’arte viene proposta come ambito di sperimentazione, pedagogia e trasformazione sociale, capace di costruire alleanze tra campi distanti. È uno spazio che offre accesso a una dimensione legata a una diversa temporalità dell’essere e permette di entrare in una sfera esperienziale che attiva l’immaginazione e l’inventiva – facoltà fondamentali per immaginare un’alternativa al destino dominante che ci vuole al servizio della macchina capitalistica.
Uscire per un attimo dalle temporalità progettuali del lavoro per entrare in una pratica non produttiva ma immaginativa è un semplice gesto radicale e necessario, che ci fa entrare in una dimensione dell’ignoto.
Imparare a stare in questa temporalità lenta, a spostare lo sguardo verso nuovi orizzonti, è un’azione che crea spazio in una società dove ogni cosa sembra dover rispondere a esigenze capitalistiche, in cui ogni azione è programmata per uno scopo commerciale. Qui si cerca di entrare in contatto con un equilibrio fragile, che si apre a ciò che deve ancora essere, in cui è necessario imparare ad aspettare e a stare con il problema per conoscerlo, lasciandosi accompagnare verso nuove possibili modalità di cura reciproca. Questo, credo, sia l’insegnamento che l’acqua ci può dare: l’acqua non respinge nulla, ma crea diversamente con ciò che accoglie e trasforma. Può suggerire molto di ciò che significa adattare le proprie forme a uno spazio o ridimensionarsi. Navigare su nuove forme, immaginare nuove costellazioni, creando un pensiero plurale, diventa un’esigenza per sottrarsi alla speculazione proiettiva di un futuro pianificato.
Entrare in questa connessione con l’ecosistema lagunare significa affrontare una serie di sfide sia sul piano personale che percettivo. Un disallineamento da ritmi produttivi per lasciarsi trasformare da una temporalità altra scandita dalle stagioni, dalle piogge, dai venti e dalle maree. Un processo lento, in cui mettere in discussione la ricerca cercando di sospendere il controllo, l’analisi rapida, cercando di lasciare spazio all’ascolto, alla presenza, all’attesa. Proporre una diversa ecologia dell’attenzione, una forma di conoscenza che non si impone ma si costruisce nel tempo, attraverso la coabitazione, l’osservazione e l’interdipendenza. Spostare lo sguardo: non più l’acqua come sfondo o ostacolo da superare, ma come presenza viva, agente, capace di insegnare. La sfida, quindi, è quella di trasformare il proprio modo di conoscere, decentrandosi e rendendosi permeabili. Un approccio che non separa il pensiero dal corpo, né l’umano dal non umano, ma che si lascia informare dai movimenti del mondo più che volerli dominare. È un invito a stare con, piuttosto che sopra o contro.
Questo approccio contribuisce a far emergere una conoscenza che non è lineare né accademicamente codificata, ma artistica, lenta, in co-pensiero, incorporata, situata, e quindi capace di aprire spazio all’immaginazione e alla coesistenza. Venezia, in questa prospettiva, è caleidoscopio planetario, dispositivo sensibile in grado di restituire molteplici rifrazioni della crisi ecologica e dei modi di abitare la terra e l’acqua. La sua morfologia anfibia, la sua storicità idraulica, la sua vulnerabilità e la sua vitalità ne fanno un luogo unico da cui ripensare il nostro rapporto con l’acqua, con il tempo e con l’altro da noi. Indagare Venezia con strumenti idrofemministi e metodologie artistiche permette di accedere a temporalità fluide e non lineari, aprendo la possibilità di formulare nuovi immaginari e nuove forme di cura. Un atto di fabulazione critica, che intende contribuire con un sapere generativo, per trasformare la ricerca in pratica e la pratica in relazione.
Excerpt from “Thinking with the Lagoon: Venetian Writings and Practices,” Adelaide Gnecchi Ruscone, 2025.
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2.3 Organizzazioni culturali
Apri il Case Leggi il CaseInfrastrutture culturali per istituzioni o organizzazioni indipendenti: Centre d’Art Contemporain Genève, Pinacoteca G.A. Levis Chiomonte, Arteco, Nova Express, Kabul Magazine, Barriera, Karussell, Treti Galaxie, Palazzo Irreale, Painters Painting Paintings.
2.4 Pratiche artistiche
Apri il Case Leggi il CaseCostruire sistemi visivi e digitali per artistɜ, designer, musicistɜ, studi e altre pratiche: Paola Pivi, Julia Krahn, Sara Enrico, Riccardo Baruzzi, Tiziano Martini, Viola Leddi, Emilio Fantin, Grace Prince, Ramona Ponzini, Andrea Magnani, Variante Artistica, Altalena, Resign.
2.5 Altre attività commerciali
Apri il Case Leggi il CasePortare il pensiero artistico nelle strutture d’impresa: Simplify, Oliaros, Jar, Vespignano.